Frammenti di storia alpina: l’evoluzione della Valtellina negli scatti di Francesco Garlaschelli

Nell’articolo uscito su Vanity Fair dal titolo “La mia Valtellina prima del turismo: ricordi e immagini del fotografo Francesco Garlaschelli per conoscere la valle”, emerge una profonda riflessione sulla metamorfosi di un territorio alpino unico, colto nel delicato passaggio tra una radicata civiltà rurale e l’avvento pervasivo del turismo di massa. Guardando la valle con gli occhi di chi l’ha amata prima delle grandi trasformazioni contemporanee, si avverte una magica rivelazione che si manifestava superando Morbegno, quando il paesaggio incontaminato mostrava la sua originaria bellezza. Questa fragilità era stata intuita già negli anni Sessanta da Mario Soldati, che invitava a visitare la zona prima che fosse troppo tardi. Oggi quel versante Retico è mutato: le dinamiche turistiche hanno alterato scenari e consuetudini, mettendo a dura prova la sopravvivenza della viticoltura terrazzata. Ciò che resiste costituisce un patrimonio che definisce l’identità locale.
Gli scatti realizzati da Garlaschelli tra gli anni Ottanta e il Duemila sono custodi della memoria collettiva, capaci di riattivare l’autostima di un popolo e la sua attitudine a fare rete, pur svelando l’illusione di un mondo rurale ormai tramontato. Un esempio di questa transizione si ritrova a Livigno nei primi anni Ottanta, dove le gare di salto dal trampolino e il campionato del mondo artistico mostrano atleti fluttuare sopra un paese innevato, nel momento in cui lo sci italiano ridefiniva il proprio orizzonte sotto la spinta della new school e dell’avvento del carving. Sotto l’impulso dello Sci Club, rifondato nel 1981, si gettavano le basi per eventi storici quando la neve era un immenso laboratorio di sperimentazione.
Parallelamente, il paesaggio agrario rivela la sua anima attraverso i filari del Grumello, sostenuti dai celeberrimi muretti a secco e protetti dal Consorzio nato nel 1976 per salvaguardare un’agricoltura eroica. Il viaggio prosegue nelle cantine di Ponte in Valtellina, dove antiche botti testimoniano la transizione dai grandi legni di rovere alle barrique, fino al ritorno alla botte media, mentre nature morte composte da bresaola, castagne, pane di segale e pesteda celebrano un’economia circolare nata per pura necessità e diventata tradizione culinaria.
Volgendo lo sguardo alla valle di Livigno, modellata dallo Spöl, si nota l’antico equilibrio che oggi vive una pressione turistica crescente che rischia di consumare gli habitat. Il lavoro della fienagione estiva mostra il contadino come custode responsabile della terra, mosso dall’amore per il paesaggio; per questa popolazione, che rappresenta ormai una percentuale minima in Europa, la rovina di un pascolo è un fallimento personale. Accanto alla fienagione, la potatura dei meleti incarna un’altra eccellenza che, grazie al Consorzio Ortofrutticolo nato nel 1952, ha trasformato il fondovalle in meleti specializzati. L’artigianato si esprime nella tessitura al telaio del pezzotto, il caratteristico tappeto che recupera gli scarti tessili traducendoli in richiami cromatici al territorio, mentre nelle cantine maturano formaggi storici come il Bitto e il Casera accanto ad antichi utensili.
Infine, l’immagine dei laghi artificiali di Cancano nel Parco dello Stelvio introduce l’imponenza ingegneristica del Novecento, dove le dighe realizzate per alimentare la centrale di Premadio creano un paesaggio ibrido in cui le infrastrutture convivono con la biodiversità, in equilibrio tra necessità energetiche e tutela degli ecosistemi alpini.

Articolo completo: https://www.vanityfair.it/gallery/la-mia-valtellina